La storia

Dall’800 una tradizione che ci raggiunge con la stessa bontà di un tempo

offelle-orizzontale

Non sappiamo con precisione quando sia nata “L’Offella di Parona”. L’unica informazione storicamente certa è che due intraprendenti e lungimiranti sorelle, Pasqualina ed Elena Cotti, agli inizi del novecento ebbero la brillante idea di commercializzare quel prelibato biscottino che veniva prodotto nelle famiglie del piccolo borgo Lomellino in occasione delle festività importanti. 

Considerato l’elevato costo delle materie prime utilizzate, ma con il desiderio di consentire a tutti almeno un piccolo assaggio, decisero di venderle a numero e non a peso. Era il giorno della Sagra del paese e il successo fu immediato! Fin da allora La ricetta della nostra Offella è sempre stata gelosamente custodita fra Le mura del piccolo borgo di Parona.

Le sorelle Pasqualina ed Elena non hanno mai voluto vendere il marchio “Offelle di Parona” e la sua ricetta, ma li hanno donati alla Pro Loco del paese che, secondo il loro desiderio, ne consente l’uso solo alle attività produttive locali autorizzate.

L’”Offella di Parona” è per noi una dolce sintesi di creatività, di generoso intuito femminile e di bontà che desideriamo promuovere anche ai giorni nostri.

Cenni storici

Di Offa si parla già nell’Eneide di Virgilio nel libro VI

L’enorme Cerbero col suo latrato da tre fauci rintrona questi regni giacendo immane davanti all’antro. La veggente, vedendo ormai i suoi tre colli diventare irti di serpenti gli getta una focaccia (offam) saporosa con miele ed erbe affatturate. Quello, spalancando con fame rabbiosa le tre gole l’afferra e  sdraiato per terra illanguidisce l’immane dorso e smisurato si stende in tutto l’antro. Enea sorpassa l’entrata essendo il custode sommerso nel sonno, e veloce lascia la riva dell’onda donde non si può tornare.

Dunque l’offa gettata nelle fauci per tacitare il custode dell’ingresso dell’inferno.

Ma di offelle si parla anche nel Baldus di Teofilo Folengo, opera pubblicata con lo pseudonimo di Merlin Cocai. Si tratta di un poema eroicomico, scritto in un impasto di latino classico e lessico dialettale, che nel suo primo libro evoca una specie di favoloso Bengodi dove vengono passate in rassegna tutte le specialità della cucina popolaresca italiana sul finire del Quattrocento. Vengono citate come una specialità di Milano (insieme alle salcicce)

(…) et offas
Millanus croceas et quae salcizza bibones (…)

Liber primis, vv. 470-71
Torna su